STRATIFICAZIONE DEL RISCHIO ARITMICO NEL POST-INFARTO:


 

ruolo delle variabili cliniche e
dell' elettrocardiogramma
a dodici derivazioni

  

Le variabili cliniche indicative di disfunzione ventricolare sinistra predicono con l'occorrenza degli eventi aritmici post-infartuali ?

E' stato dimostrato come il riscontro di segni clinici di disfunzione ventricolare sinistra durante la degenza intra-ospedaliera abbia un grande significato prognostico (17, 18). Infatti l'edema polmonare, la presenza di persistente tachicardia sinusale, il riscontro di cardiomegalia alla radiografia del torace con indice cardio-toracico > 0.5 e di segni indiretti di ridotta perfusione renale (ipercreatininemia e iperazotemia) correlano tutti significativamente con l'occorrenza di morte improvvisa durante il follow-up. Anche la assunzione di digitale alla dimissione (19), e la positività anamnestica per un precedente episodio infartuale risultano significativamente correlati con la successiva occorrenza di eventi aritmici maggiori.

  

E' opportuno che tali variabili cliniche facciano parte integrante della stratificazione prognostica ?

Cripps e coll (18) hanno dimostrato che tali variabili mostrano sensibilità sovrapponibile o superiore a quella di indici strumentali quali la anormalità dell'"ECG in averaging" e la presenza di attività ectopica ventricolare frequente e/o complessa all'ECG (Tabella III).
Pertanto esse, per la facile rilevazione ed il loro rilevante significato clinico, costituiscono una prima importante informazione da integrare con successive indagini di maggiore specificità.

  

Quale influenza possono avere la trombolisi e lo stato (pervietà o occlusione) della coronaria di necrosi sugli indicatori prognostici di rischio aritmico ?

Diversi studi hanno dimostrato come la somministrazione di farmaci fibrinolitici nella fase acuta di un infarto miocardico possa influenzare favorevolmente "markers" di instabilità elettrica ventricolare (20-30). La prevalenza di PTV, di BEV frequenti e/o complessi e la inducibilità di TV monomorfa sostenuta alla stimolazione programmata risultano infatti significativamente ridotte nei pazienti trattati con trombolitici (20-30). (Tabella IV). Anche l'equilibrio simpato-vagale, esplorato mediante l'analisi della variabilità della frequenza cardiaca (FC) e della sensibilità barorecettoriale (BRS) sembra preservato dopo trattamento con fibrinolitici, soprattutto nei pazienti con infarto miocardico anteriore e maggiore depressione della frazione di eiezione (30-31) (Figura 4). Tali azioni della trombolisi appaiono indipendenti dall'estensione della necrosi: probabilmente esse sono da correlarsi con lo status della coronaria di necrosi, importante determinante di sopravvivenza, indipendente dal grado di compromissione del ventricolo sinistro (32).
Tale relazione è stata ben dimostrata per i PTV e gli indicatori dell’equilibrio simpatovagale cardiaco: la occlusione della coronaria di necrosi risulta infatti essere un importante predittore di anormalità all'"ECG in averaging" che di depressione della variabilità della frequenza cardiaca e della sensibilità barorecettoriale (20,23-24,33-36).
Il significato prognostico della pervietà della coronaria di necrosi probabilmente giustifica la ridotta mortalità nei soggetti trattati con fibrinolisi oltre il limite temporale necessario per conseguire una limitazione dell'area infartuale (32). E' perciò verosimile che meccanismi diversi dalla limitazione della necrosi, quali l'influenza svolta dallo status del vaso di necrosi sia sul rimodellamento ventricolare che sulla propensione alle tachiaritmie ventricolari maligne, possano svolgere un ruolo determinante nel miglioramento della sopravvivenza indotto dalla trombolisi (32).

  

La pervietà della coronaria di necrosi può influenzare favorevolmente l'occorrenza di aritmie ventricolari maligne post-infartuali ?

Sebbene relative a casistiche selezionate, sono disponibili alcune evidenze prospettiche circa una ridotta occorrenza di eventi aritmici in pazienti con IMA anteriore ad evoluzione aneurismatica o avviati a SEE per la presenza di più indici non invasivi di rischio aritmico, quando sottoposti a trombolisi (28,30) (Tabella V). Tale effetto favorevole è individuabile nonostante simili valori di frazione di eiezione nei pazienti con e senza fibrinolisi, confermando i risultati di un recente studio nel quale la pervietà della coronaria di necrosi risultava variabile indipendente predittiva di eventi aritmici alla analisi multivariata (37).

L'importanza dello stato della coronaria di necrosi nel condizionare la propensione alle aritmie ventricolari maligne è suffragata dai risultati di Horvitz e coll (38). In un gruppo di pazienti con aneurisma del ventricolo sinistro ed impianto di defibrillatore per pregresse aritmie maligne, gli autori hanno dimostrato una minore probabilità di tachiaritmie ventricolari sostenute nei pazienti con pervietà della coronaria di necrosi rispetto al gruppo di controllo con vaso occluso, pur in presenza di analoga frazione di eiezione del ventricolo sinistro (38). Anche la risposta alla terapia antiaritmica, valutata mediante studio elettrofarmacologico, appare condizionata dallo stato della coronaria di necrosi (39) (I Figura). In pazienti con cardiopatia ischemica post-infartuale, avviati a studi elettrofarmacologici seriati per pregresse tachiaritmie ventricolari sostenute, un farmaco antiaritmico efficace è stato selezionato nel 45% dei pazienti con pervietà della coronaria di necrosi e solo nel 9% dei pazienti con vaso occluso (p=0.001) (39). All'analisi multivariata la pervietà del vaso di necrosi è risultata essere l'unica variabile indipendente predittiva di risposta positiva alla terapia antiaritmica, con valori di sensibilità e specificità rispettivamente dell'81% e 67% (39).

Pertanto, le esperienze disponibili indicano che il riscontro anamnestico di avvenuta terapia trombolitica e, soprattutto, la dimostrazione di avvenuta riperfusione depongono fortemente per una minore instabilità elettrica ventricolare; tali informazioni sono perciò da includersi tra le variabili utili alla definizione del rischio aritmico del paziente infartuato.

  

Quali reperti dell'elettrocardiogramma di superficie risultano predittivi di eventi aritmici post-infartuali ?

Sottolivellamento del tratto ST.

Varie sono le segnalazioni, sin dagli anni '70, del significato prognostico di alcuni aspetti elettrocardiografici. Nel 1975 Vismara e coll (40) dimostrarono come un diffuso sottolivellamento del tratto ST ad un ECG pre-dimissione correlasse significativamente con la occorrenza di morte improvvisa, indipendentemente da eventuali disionie od influenze farmacologiche. Tale dato appariva successivamente confermato da Kostis e dal BHAT Study Group, in uno studio multicentrico condotto su un ampia casistica (41).

Score elettrocardiografico di Wagner

Diversi studi hanno mostrato una buona correlazione tra sistemi di punteggio basati sull'ECG di superficie, le dimensioni dell'area infartuale e la frazione di eiezione (42, 43). Le onde Q dell'elettrocardiogramma di superficie rappresentano infatti una perdita di forze elettriche durante la attivazione ventricolare a livello delle aree cicatriziali del ventricolo sinistro; l'estensione e la durata delle onde Q, la durata dell'onda R ed il rapporto R/S correlano con la funzione del ventricolo sinistro (42, 43). Breithardt e coll (44) hanno osservato che in 54 pazienti consecutivi con TV sostenuta (insorta più di 48 ore dopo l'IMA) lo "score" elettrocardiografico di Wagner e coll (45) era significativamente (p<0.001) più elevato che in 157 pazienti consecutivi rimasti asintomatici dopo un pregresso IMA (5.5 ± 3.9 vs 3.4 ± 3.5). Pertanto sistemi di punteggio elettrocardiografico possono essere usati per predire la instabilità elettrica ventricolare dopo IMA. In tal senso sembrano orientare i risultati di una analisi retrospettiva condotta sulla popolazione di 778 pazienti maschi del "Post-Infarction Late Potential Study" (46). La popolazione analizzata è costituita da soli soggetti di sesso maschile; ed è stata arruolata nello studio in epoca pretrombolitica, inoltre non sono disponibili dati clinico-strumentali quali la frazione di eiezione e, la presenza di aneurisma del ventricolo sinistro. Questi elementi costituiscono dei limiti della analisi. Tuttavia i risultati appaiono interessanti: essi indicano come le score elettrocardiografico di Silvester (47), predica l’occorenza di eventi aritmici dopo IMA indipendentemente da PTV, riscontro di TV non sostenuta all’ECG dinamico e riscontro anamnestico di pregresso IMA.

Blocco di branca

Lo sviluppo di un blocco di branca dopo IMA risulta associato ad una elevata mortalità intraospedaliera, per lo più secondaria ad insufficienza di pompa per estesa area di necrosi (48). Tuttavia, i pazienti con blocco di branca presentano anche una aumentata incidenza di morte improvvisa nella fase post-dimissione, compresa tra il 3% ed il 35% e correlabile all'entità del disturbo di conduzione. In tali pazienti, la morte improvvisa è probabilmente relata ad una bradiaritmia letale: a sostegno di tale ipotesi è la dimostrazione che il mancato impianto di un "pacemaker" prima della dimissione dall'ospedale è il più importante elemento predittivo di morte improvvisa in soggetti con blocco di branca complicato durante il ricovero da blocco atrio-ventricolare di alto grado (49). Anche la occorrenza di tachiaritmie ventricolari maligne appare però più elevata nei pazienti con residuo blocco di branca dopo IMA. Lie e coll (50) osservarono infatti una elevata incidenza (35%) di FV intraospedaliera tardiva in pazienti con blocco di branca ed IMA anterosettale.

Intervallo QT

Un intervallo QT allungato, manifestazione di protratta ed inomogenea ripolarizzazione ventricolare, potrebbe rappresentare un possibile subtrato elettrofisiologico per tachiaritmie ventricolari maligne nel post-IMA, soprattutto in presenza di fattori modulanti quali un alterato equilibrio idroelettrolitico od un alterato "balance" simpatovagale. Come sottolineato da Schweitzer (51), non è tuttavia chiarito in modo definitivo il significato prognostico dell'intervallo QT e dell'intervallo QT corretto (QTc) nella stratificazione del rischio aritmico dopo IMA. Infatti la frequente assunzione di farmaci in grado di modificare la durata del QT [70% nello studio di Ahnve et al (52)] può interferire sul significato clinico di tale parametro elettrocardiografico. Inoltre, il significato prognostico indipendente dell'intervallo QTc non è ancora stato valutato mediante analisi multivariata (51), sia per la modesta numerosità di alcuni studi sia per la scarsa abitudine all'uso di tali tecniche statistiche quando questi studi furono eseguiti. Tale approccio è però essenziale poichè è possibile che il più elevato valore medio di QTc descreto nei pazienti con prognosi sfavorevole, rappresenti il risultato sia di un allungamento del QT che di un incremento della frequenza cardiaca, entrambi espressione di un maggior grado di disfunzione ventricolare sinistra (51). Infine, come suggerito da Schwartz e Wolf (53), non un allungamento transitorio ma solo un allungamento permanente dell'intervallo QT sarebbe predittivo di morte improvvisa nel post-IMA. Pertanto Schwartz (54) afferma che il significato prognostico del QT corretto può non essere evidente nelle fasi immediatamente successive all'IMA ma essere apprezzabile qualche mese più tardi, nei pazienti portatori di un intervallo QT stabilmente allungato. In conclusione, come affermato da Schweitzer (51), il ruolo dell'intervallo QT nella definizione prognostica del paziente infartuato richiede ulteriori studi. E' inoltre possibile che ulteriori approcci, quali la misurazione "beat-to-beat" dell'intervallo QT e della sua variabilità all'ECG dinamico, così come lo studio della dispersione dell'intervallo QT all'ECG di superficie, consentano ulteriori progressi diagnostici (51-53). Particolarmente promettente appare la misurazione della dispersione dell’intervallo QT. Sebbene numerosi siano i problemi metodologici connessi con la misurazione di tale intervallo (58) la sua dispersione all’ECG di superficie (espressa come differenza tra l’intervallo QT più lungo e quello più corto o come coefficiente di variazione potrebbe rivelarsi assai interessante anche dopo IMA, come indicato da alcuni dati preliminari. A sostegno di questa ipotesi sono i risultati di alcuni studi che ne hanno valutato il significato clinico in altre popolazioni. Priori e coll (59) hanno dimostrato come la dispersione dell’intervallo QT sia un utile strumento per predire l’efficacia della terapia Bbloccante nei pz con sindrome del QT lungo. Barr e coll (60) hanno infine osservato come la dispersione dell’intervallo QT sia un potente indice di instabilità elettrica nei pazienti con insufficienza cardiaca cronica.

  

Appare giustificata una rivalutazione del significato prognostico dell'ECG di superficie ?

Nella attività clinica quotidiana, l'elettrocardiogramma non è in genere incluso tra i test usati nella definizione del rischio aritmico dopo IMA. Tuttavia, vari parametri elettrocardiografici correlano con la comparsa di eventi aritmici nel post-IMA. Non sono però disponibili dati su quale, tra essi, abbia il maggiore significato prognostico nè informazioni circa un loro utilizzo in associazione alle altre variabili di rischio aritmico di più recente introduzione nella pratica clinica. Una rivalutazione del significato prognostico dell'ECG di superficie appare pertanto razionale.

 

Indice STRATIFICAZIONE RISCHIO ARITMICO DOPO IMA
Indice Manuali di Aritmologia
Indice EINTHOVEN