STRATIFICAZIONE DEL RISCHIO ARITMICO NEL POST-INFARTO:


 

ruolo della variabilità della frequenza cardiaca e dell'analisi del riflesso barorecettoriale

 

La variabilità della frequenza cardiaca è indicatore prognostico indipendente dopo infarto miocardico acuto ?

Nella stratificazione prognostica dopo IMA è riservata sempre maggiore attenzione allo studio del controllo neurovegetativo cardiaco. In particolare, una valutazione dell’equilibrio autonomico sembra rivestire un ruolo particolarmente significativo nella valutazione del rischio di aritmie ventricolari maligne e la analisi della variabilità della FC è uno dei metodi più largamente impiegati a questo scopo.

La prima dimostrazione della rilevanza clinica del controllo neurovegetativo cardiaco nell’infartuato risale al 1978 da parte di Wolf e coll (93). In 176 pazienti con IMA, la variabilità della FC venne misurata come varianza di 30 consecutivi intervalli RR ad una registrazione ECG di 60 secondi, all’ingresso in unità coronarica. Si dimostrò che i 73 pazienti con una ridotta variabilità della FC (varianza < 32 msec) presentavano una mortalità intraospedaliera 2 volte più elevata dei restanti soggetti con variabilità conservata.

La maggior parte degli studi clinici disponibili hanno valutato il significato prognostico della variabilità del ciclo cardiaco in registrazioni Holter di 24 ore, eseguite in predimissione dopo un IMA. Lo studio che per primo ha definito il significato prognostico indipendente della variabilità della FC in una larga casistica di infartuati, imponendo la metodica all’attenzione del cardiologo clinico è quello di Kleiger e coll (94). In 808 pazienti arruolati nel Multicenter Post-Infarction Study, la deviazione standard degli intervalli RR calcolata 11 giorni dopo l’IMA ad un ECG dinamico di 24 ore correlava significativamente con la mortalità. Tale relazione era indipendente da significativi indici prognostici quali variabili cliniche e demografiche, la capacità funzionale rilevata al test ergometrico, le aritmie ventricolari all’ECG dinamico e la frazione di eiezione (94,95). Un adeviazione standard < 50 msec si associava ad un rischio di morte 5.3 volte più alto di quello osservato nei pazienti con deviazione standard > 100 msec (Figure:13,14,15,16).

 

Numerosi sono gli indici di variabilità della frequenza cardiaca disponibili. Essi mostrano un significato prognostico sovrapponibile o diverso tra loro ?

Nel 1992 Bigger e coll (96) hanno pubblicato i risultati di una analisi relativa a 715 dei pazienti arruolati nel già citato Multicenter Post-Infarction Study nel quale hanno verificato il significato prognostico di molteplici misure di variabilità della FC, calcolate nel dominio del tempo, ad un ECG dinamico di 24 ore (Tabella. Gli autori hanno dimostrato che il peso prognostico dei diversi indici di variabilità non è sovrapponibile. Infatti le variabili correlate con le componenti spettrali ad alta frequenza, espressione della variabilità modulata dal vago attraverso la respirazione (r-MSSD, pNN50), sebbene predittive di mortalità (totale, cardiaca, aritmica) alla analisi univariata, non raggiungevano la significatività statistica alla analisi multivariata. Al contrario la deviazione standard degli intervalli RR e gli indici di variabilità in dominio di tempo correlati con le componenti spettrali a bassa e bassissima frequenza (SDANN index, SDNN index) risultavano significativamente predittive di mortalità anche dopo introduzione nel modello multivariato di ulteriori variabili cliniche e strumentali. In particolare una deviazione standard < 50 msec e uno SDANN index < 40 msec si associavano ad un rischio relativo di morte aritmica aumentato di 3.4 e 3.8 volte.

 

Le analisi del Multicenter Post-Infarction Study sono relative all’epoca pretrombolitica. Inoltre, tra le variabili clinico-strumentali introdotte nel modello multivariato, non sono compresi i potenziali tardivi ventricolari. Sono disponibili nella letteratura informazioni utili a chiarire la rilevanza della metodica in contesti clinici più attuali ?

Entrambi i quesiti trovano risposta adeguata. Per quanto riguarda il primo problema, un recente studio condotto sulla popolazione arruolata nello studio multicentrico GISSI2 ha dimostrato che la variabilità della FC (valutata mediante l’indice del pNN50) conserva il proprio significato prognostico anche in pazienti trattati con fibrinolitici (97).

Per quanto riguarda il significato prognostico indipendente dei potenziali tardivi ventricolari e della variabilità del ciclo cardiaco, sono disponibili i risultati di due ulteriori studi (.67,76); entrambi hanno sottolineato che i due test diagnostici forniscono informazioni prognosticamente non ridondanti. In entrambi gli studi è stato anche confermato che il significato prognostico della variabilità della FC è indipendente dalla frazione di eiezione del ventricolo sinistro e dalle aritmie ventricolari presenti all’ECG dinamico di 24 o 48 ore.

E’ importante ricordare che in questi ultimi due studi è stato utilizzato un ulteriore indice di variabilità della FC, il cosiddetto indice triangolare. Tale indice triangolare, calcolato nel dominio del tempo e proposto per la prima volta come indice prognostico dal gruppo del St George’s Hospital di Londra (98), rappresenta un indice "geometrico" alternativo ai già menzionati indici "matematici" di variabilità della Fc. L’indice triangolare viene infatti calcolato sulla curva di distribuzione modale degli intervalli RR normali all’ECG dinamico, approssimabile appunto ad un triangolo. La ampiezza della base del triangolo rappresenta la espressione geometrica della dispersione degli intervalli RR; essa può essere stimata o mediante un apposito "software" o, ancora più semplicemente, dal rapporto tra il numero totale degli intervalli RR e la relativa frequenza modale (Figura 17). Rispetto alla deviazione standard degli intervalli RR, come dimostrato da Malik e coll (98), l’indice triangolare presenterebbe il vantaggio di essere influenzato in minor misura dagli artefatti di registrazione e da eventuali errori di classificazione.

 

Qual'è il significato fisiopatologico della riduzione della variabilità della frequenza cardiaca ?

Una ridotta variabilità di FC esprime un alterato equilibrio simpatovagale relato ad una ridotta attività parasimpatica (99) (Figura 18,19). Lo studio della variabilità di FC e dell'equilibrio simpatovagale in generale, sta aprendo nuove interessanti prospettive nella definizione della aritmogenesi del post-IMA. Particolarmente interessante appare la possibilità di studio della variabilità di FC nel dominio della frequenza. Tale tecnica potrebbe non solo fornire un indice prognostico ad uso clinico, ma anche scindere le diverse componenti del sistema acquisendo importanti informazioni da un punto di vista fisiopatologico.

Bigger e coll (100) hanno dimostrato che anche la analisi nel dominio della frequenza correla significativamente con la occorrenza di eventi aritmici fatali dopo IMA. Inoltre le componenti spettrali a frequenza molto bassa ("VLF power") hanno mostrato la più stretta correlazione con la morte aritmica alla analisi multivariata (rischio relativo di 2.5) (100,101). Al contrario, le componenti spettrali a bassa ed alta frequenza, tradizionalmente considerate espressione del livello di attività simpatica e parasimpatica cardiaca, possedevano una associazione con la mortalità meno stretta, non raggiungendo il livello di significatività alla analisi multivariata (Figura 20).

Dati i numerosi problemi metodologici connessi con la tecnica di analisi in dominio di frequenza, una cauta interpretazione dei risultati è certamente opportuna. Essi tuttavia presentano un considerevole interesse da un punto di vista fisiopatologico; suggeriscono infatti che meccanismi di controllo ancora sconosciuti, diversi dalla attività parasimpatica respiro-mediata, potrebbero essere implicati nella genesi delle tachiaritmie ventricolari maligne del post-IMA.

 

La analisi in dominio di frequenza sembra presentare dei vantaggi significativi rispetto alla analisi in dominio di tempo per quanto riguarda la accuratezza della previsione prognostica ?

Da un punto di vista clinico, i vantaggi della analisi in dominio di frequenza rispetto a quella in dominio di tempo appaiono complessivamente modesti. Nella stessa popolazione del Multicenter Post-Infarction Study, Bigger e coll hanno infatti valutato il significato prognostico di entrambi i metodi di analisi (96,100). All’analisi multivariata il rischio relativo di morte aritmica proprio della componente a frequenza molto bassa ("VLF power") è risultato (Z = 2.94, RR = 2,5) di poco superiore a quello dello "SDANN index" (Z = 2.40, RR = 2.1).

 

La analisi della variabilità della frequenza cardiaca può essere utilizzata nella routine clinica per identificare i pazienti ad elevato rischio di eventi aritmici dopo infarto miocardico ?

Sono rilevabili opinioni ancora discordanti circa l’utilizzo routinario della variabilità della FC nella routine clinica (102,103). Numerosi problemi richiedono ancora un adeguato chiarimento. I parametri di variabilità della FC, definiti nel dominio del tempo, sono misure grossolane e stime piuttosto rozze della variabilità del ciclo sinusale (104). In particolare, i convenzionali indici di variabilità della FC non sono in grado di differenziare sottili variazioni dell’equilibrio neurovegetativo (104). Si potrebbe pensare che questi limiti dell’analisi nel dominio del tempo possano essere superati dalla analisi nel dominio della frequenza. Tuttavia la confidenza dimostrata da molti ricercatori nei confronti di questa tecnica, sottolineano Malik e Camm, spesso non è giustificata (104). Se è generalmente accettato che le componenti ad alta frequenza della variabilità della FC sono pressochè esclusivamente relate alla attività parasimpatica mediata dal respiro, interpretazioni non univoche sul significato fisiologico delle componenti a bassa e molto bassa frequenza sono ancora riscontrabili nella letteratura (104-106). Inoltre i problemi derivanti dalle continue modificazioni ambientali durante le registrazioni Holter e dalla presenza di battiti ectopici possono rendere le tecniche in dominio di frequenza rudimentali quanto quelle in dominio di tempo (104). Inoltre, una ridotta variabilità della FC nei pazienti a rischio potrebbe essere indicatore sia di un alterato equilibrio neurovegetativo che di una ridotta risposta psicologica all’ambiente (104). Non è ancora noto se la ridotta variabilità della FC sia un complesso indicatore multifattoriale di propensione allo sviluppo di aritmie o se essa abbia una relazione diretta e meccanicistica con il substrato aritmico, i "triggers" e i meccanismi aritmogenici. Ciò nonostante, crediamo che alcuni indici di robusto peso prognostico (indice triangolare, deviazione standard, SDANN index) siano strumenti di provata utilità, semplice rilevazione e basso costo, elementi sufficienti per incoraggiarne un critico e più ampio utilizzo nella stratificazione del rischio aritmico dopo IMA.

 

Quale tecnica di misurazione della sensibilità barorecettoriale è comunemente impiegata nella pratica clinica ?

Il BRS può essere misurato analizzando il grado di bradicardia indotto da un incremento pressorio successivo ad un bolo endovenoso di fenilefrina. Per una accurata descrizione della tecnica si rimanda agli articoli originali riportati in bibliografia (107,108) (Figura 21-22). Nella presente revisione ci si limita a sottolineare come la funzione esistente tra le variazioni di ogni singolo intervallo RR sinusale e le variazioni di pressione arteriosa sistolica sia di tipo lineare, pertanto esprimibile da una retta, il cui coefficiente angolare è espressione del BRS. L'unità di misura del BRS è espressa in ms/mmHg.

 

Una riduzione della sensibilità barorecettoriale costituisce uno dei determinanti della aritmogenesi nel post-infarto ?

Studi sperimentali condotti su un modello animale non anestetizzato hanno suggerito come un BRS depresso rappresenti un fondamentale determinante della propensione alla FV, durante ischemia acuta in sede di test ergometrico submassimale, 30 giorni dopo un pregresso IMA anteriore (109) (Figura 23). Infatti gli animali suscettibili alla FV mostravano un BRS significativamente inferiore rispetto ai cani resistenti (9.1 ± 6.5 vs 17.7 ± 6.0 ms/mmHg; p< 0.001). Tali dati hanno costituito i presupposti per verificare tale relazione anche nell'uomo. Quattro studi hanno sin'ora verificato prospetticamente il significato clinico del BRS in pazienti con recente IMA (108,110.112). Tali studi, sebbene relativi a casistiche limitate, hanno dimostrato come il BRS rappresenti un importante determinante di mortalità, e degli eventi aritmici in particolare, nel primo anno dopo IMA. Nei 2 studi nei quali è stata eseguita una analisi multivariata si è inoltre segnalato il significato prognostico indipendente di tale variabile, che risulterebbe correlabile alla propensione aritmica più strettamente di qualsiasi altro indice di rischio aritmico non invasivo (111,112). Infine, seppure in casistiche limitate numericamente, un BRS depresso è risultato predittore di inducibilità di TV monomorfa sostenuta al SEE, più efficacemente di frazione di eiezione e PTV (110,112).

 

La misurazione diretta della pressione arteriosa, mediante incannulazione arteriosa, è stato da taluni addotto come un limite del test; la analisi della variabilità della frequenza cardiaca, per la sua non invasività, è stata preferita come tecnica di analisi dell'equilibrio simpatovagale cardiaco. Tale limite appare in futuro superabile ?

La incannulazione arteriosa utilizzata per la misurazione battito-battito della pressione arteriosa, per la sua invasività, potrebbe rappresentare un limite alla diffusione della metodica così come la necessità di iniettare un farmaco simpatico-mimetico quale la fenilefrina in soggetti con un recente IMA. Per quanto riguarda quest'ultimo aspetto è doveroso sottolineare che in nessuno degli studi che hanno valutato il significato prognostico di questa tecnica dopo IMA si sono registrati significativi effetti collaterali (108,110-112), anche quando il test è stato eseguito precocemente nei primi 10-15 giorni dopo l'infarto (110-111). Tenendo nella giusta considerazione le controindicazioni alla sua esecuzione, il test è pertanto definibile come sicuro e fattibile anche nei primi giorni dopo l'infarto. Relativamente alla necessità di incannulazione arteriosa, tale limite appare definitivamente superato con la disponibilità di uno fotopletismografo ad infarossi che ha reso possibile la misurazione "beat-to-beat" della pressione arteriosa da un dito della mano in modo del tutto non invasivo. E' recente la segnalazione della affidabilità di tale strumento come misuratore della pressione arteriosa sistolica durante determinazione del BRS. I ricercatori dello studio ATRAMI (Autonomic Tone and Reflexes After Myocardial Infarction) (113) hanno infatti riscontrato un assai elevato coefficiente di correlazione tra i valori di BRS misurati con registrazione invasiva e non invasiva della pressione arteriosa (114). Tale osservazione riveste considerevole importanza pratica rendendo la determinazione del BRS, indice prognostico probabilmente più accurato di tutti gli altri marker di rischio disponibili, tecnica completamente non invasiva e di possibile ampia diffusione nella pratica clinica.

 

La analisi della sensibilità barorecettoriale e della variabilità della frequenza cardiaca sono entrambi misure dell'equilibrio neurovegetativo cardiaco; le due tecniche potrebbero fornire informazioni clinicamante non ridondanti ?

Il BRS e la variabilità di FC sono entrambi indici di attività parasimpatica, ma esplorano differenti aspetti del controllo autonomico del cuore. Infatti la variabilità della FC fornisce informazioni relative alla attività vagale tonica, mentre il test alla fenilefrina informa circa la attività vagale riflessa (115). La differente natura delle informazioni fornite dai 2 test giustifica pertanto la modesta correlazione esistente tra le 2 tecniche (98). Al momento non sono disponibili dati circa una possibile complementarietà delle 2 metodiche nè dati certi su quale dei 2 approcci sia il migliore indicatore prognostico. Gli studi precedentemente citati forniscono dati incoraggianti circa l'utilità clinica del BRS, ma per la scarsa numerosità dei campioni esaminati non consentono di avanzare conclusioni definitive (108,110-112). La probabile superiorità del BRS come test di screening per la identificazione dei pazienti ad elevato rischio di tachiaritmie ventricolari maligne è stata confermata anche da un recente studio retrospettivo caso-controllo. Obiettivo di Hohnloser e coll (116) era il confrontare la forza di associazione del BRS e della variabilità della FC nei confronti degli eventi aritmici dopo IMA. Esso ha dimostrato come il BRS correli più strettamente con l’occorrenza della FV o della TV sostenuta rispetto alla variabilità della FC (Tabella XIV). Per altro, ipotizzando che una quota delle tachiaritmie ventricolari maligne dopo IMA potrebbe essere relata a fenomeni di ischemia miocardica, è razionale pensare che soprattutto il BRS (espressione della "riserva vagale" mobilizzabile nel caso di uno stimolo acuto quale l’ischemia) e non la variabilità della FC (espressione della attività vagale tonica) possa mostrarsi maggiormente alterata. E’ attualmente in corso uno studio multicentrico (Autonomic Tone and Reflexes After Myocardial Infarction, ATRAMI, nel quale 1200 pazienti con un recente IMA eseguirano studio del BRS e della variabilità di FC unitamente a determinazione dei tradizionali "markers" clinici di rischio (113). Da tale studio, del quale è ormai terminata la fase di arruolamento e i cui risultati sono previsti per il 1995, ci si attende un rilievo conclusivo circa il significato clinico del BRS nel post-IMA.

 

Indice STRATIFICAZIONE RISCHIO ARITMICO DOPO IMA
Indice Manuali di Aritmologia
Indice EINTHOVEN