STRATIFICAZIONE DEL RISCHIO ARITMICO NEL POST-INFARTO:


 

ruolo dello stato socio-economico e dell’assetto psicologico

  

Lo stato socio-economico ha un ruolo significativo nel determinare la prognosi del paziente con recente infarto miocardico acuto ?

E’ dimostrato come i pazienti appartenenti alle classi sociali più modeste presentino una prognosi più sfavorevole dopo infarto miocardico acuto (IMA) (117,118). Non è tuttavia del tutto chiarito quali siano i determinanti di tale eccesso di mortalità. Nella popolazione arruolata nello studio multicentrico americano "Multicenter Investigation of Limitation of Infarct Size" (MILIS), utilizzando il livello di istruzione come indicatore socio-economico (< high school graduate vs. ³ high school graduate) si è dimostrato come la mortalità intraospedaliera sia significativamente più elevata nel gruppo con minor livello di scolarità (13 vs 5 %; p < 0.001); tale differenza conservava la significatività statistica anche dopo correzione mediante svariate determinanti prognostiche, cliniche e demografiche, frazione di eiezione inclusa (117). Tale andamento era evidente anche dopo 4 anni di follow-up: i pazienti con minor livello di scolarità presentavano una mortalità di circa 2 volte superiore a quella dei pazienti con scolarità di grado più elevato (36 vs 17 %; p < 0.001) (117). Anche in questo caso, la significatività statistica era conservata dopo inserimento nel modello multivariato di determinanti prognostiche correlate con la sopravvivenza (117). Le due popolazioni mostravano simile prevalenza di alcuni importanti fattori di rischio coronarico (fumo, ipertensione arteriosa, familiarità per IMA), una simile prevalenza di infarti a sede anteriore e una simile frazione di eiezione del ventricolo sinistro (117). Differivano invece significativamente per alcune variabili demografiche quali l’età, il sesso e la razza: nel gruppo con minor livello di scolarità l’età media era più elevata così come l’appartenenza alla razza nera ed al sesso femminile (117). Significativamente più elevata era anche la prevalenza di pazienti con diabete e con storia clinica di scompenso cardiaco (117). Pertanto fattori di tipo sociale ed economico, probabilmente condizionanti le possibilità e le modalità di accesso ai luoghi di cura, sia prima che dopo l’IMA, possono influenzare la successiva prognosi. Ad ulteriore conferma di quanto possa essere importante l’accesso alle procedure diagnostico-terapeutiche, è l’osservazione di come i pazienti con minor livello di scolarità siano stati oggetto di cateterismo cardiaco in misura inferiore rispetto ai pazienti con scolarità di livello superiore (117). Anche la compliance alla terapia ed alle misure di profilassi secondaria appare diversa tra i 2 gruppi: la analisi statistica mostrava infatti nel gruppo con minor livello di scolarità una minore percentuale di pazienti fumatori che aveva abbandonato tale abitudine dopo l’IMA (38 vs. 49 %; p < 0.05) (117). Tuttavia, appare riduttivo considerare la differente possibilità di accesso ai servizi sanitari ed il diverso grado di adesione alle terapie o procedure diagnostiche come le uniche ragioni del su indicato eccesso di mortalità. Ruberman e coll hanno infatti osservato una minor sopravvivenza nei pazienti con minor livello di scolarità arruolati nel "Beta Blocker Heart Attack Trial" (BHAT) nonostante una eguale "offerta di salute" per entrambi i gruppi a confronto (117). Al contrario Ruberman e coll hanno evidenziato livelli di stress ed isolamento sociale dopo IMA significativamente più elevati nei pazienti con minor grado di scolarità (117). Tale reperto suggerisce come elementi psicologici possano incidere significativamente sulla sopravvivenza dopo IMA in modo indipendente dalla gravità della cardiopatia di base e da variabili di tipo socio-economico.

  

Esistono evidenze sperimentali circa una possibile relazione tra l’assetto psicologico e la instabilità elettrica ventricolare nel cardiopatico ischemico ?

In studi sperimentali è ben dimostrato che: 1) eventi "stressanti" possono ridurre la soglia della fibrillazione ventricolare (119), 2) un alterato equilibrio neurovegetativo influenza la propensione alla fibrillazione ventricolare durante ischemia acuta in un modello animale non anestetizzato 30 giorni dopo un IMA anteriore (109), 3) la somministrazione di b bloccanti è in grado di prevenire la instabilità elettrica ventricolare indotta dall’evento stressante (119). Inoltre, sebbene relativo ad aritmie indotte di dubbio significato clinico, dati simili sono riscontrabili anche nel paziente post-infartuato. Sono stati studiati con stimolazione ventricolare programmata, in condizioni di controllo e durante stress mentale, soggetti con recente infarto miocardico non complicato nei quali lo "stress" mentale eseguito prima dello studio elettrofisiologico non aveva indotto aritmie (120).
Durante studio elettrofisiologico in corso di calcolo aritmetico, si è osservata una significativa riduzione del periodo di refrattarietà ventricolare con significativo incremento della induzione di tachicardie ventricolari non sostenute, prevalentemente polimorfe, e in 2 casi con innesco di fibrillazione ventricolare (120). Risulta attraente unire i su citati dati in una unica ipotesi patogenetica, secondo la quale il sistema neurovegetativo potrebbe mediare l’effetto perturbante sul "milieu" elettrofisiologico ventricolare svolto dallo "stress" psicologico.

  

Quale alterazione dell’equilibrio psicologico sembrerebbe correlarsi con l’occorrenza di eventi aritmici dopo infarto miocardico acuto ?

Se da un lato un alterato equilibrio simpatovagale è un importante fattore prognostico dopo IMA, più controversi sono i risultati sul versante biocomportamentale. Secondo alcuni autori la iperreattività sembrerebbe rappresentare il marker psicologico di maggior significato clinico nella predizione del successivo "outcome" aritmico. Altri autori giungono invece a conclusioni opposte riferendo determinanti il ruolo svolto dalla depressione e dalla iporeattività cardiovascolare.

Ansia e "Tipo A"

Brackett e Powell (121), utilizzando i dati dello studio multicentrico "Recurrent Coronary Prevention Project", hanno valutato l’impatto del pattern comportamentale "di tipo A" e di alcune variabili socio-demografiche sulla mortalità cardiaca in 1012 pazienti infartuati, ad un follow-up medio di 4.5 anni (6) (Tabella

Ad una analisi multivariata 3 variabili risultavano correlate con l’occorrenza di morte improvvisa: la sede anteriore dell’infarto (RR 3.1; p=0.01), lo stato socioeconomico (RR 1.7; p=0.03) e lo stato comportamentale "di tipo A" (RR 1.5; p=0.04). Al contrario, nessuna delle variabili socio-psicologiche correlava con l’occorrenza di morte cardiaca non improvvisa, sia all’analisi univariata che a quella multivariata. Gli autori concludevano sottolineando che lo stato comportamentale "di tipo A", tipico di soggetti proni al coinvolgimento in situazioni potenzialmente stressanti, con risposte catecolaminiche esagerate, rappresenta un marker specifico di morte cardiaca improvvisa. Al contrario le variabili cosiddette biologiche (espressione di disfunzione ventricolare sinistra e maggior "burden" ischemico) risultavano determinanti essenziali della morte cardiaca non improvvisa.

Depressione e "Tipo B"

Analisi condotte sulle popolazioni arruolate in 2 studi multicentrici (il "Post Infarction Late Potential Study [PILP study] ed il "Cardiac Arrhythmia Pilot Study"[CAPS]]) hanno altresì dimostrato che non l’assetto psicologico proprio del "tipo A"e non la condizione di iperreattività, ma, al contrario, lo stato di depressione e la iporeattività cardiovascolare (valutata come variazione di pressione arteriosa e frequenza cardiaca durante competizione con "video-game") risultavano correlate ad una prognosi sfavorevole (122,123). I risultati più significativi dello studio di Ladwig e coll sono riportati nella Tabella XVI (7). L’analisi multivariata selezionava la depressione (p=0.07), il pregresso infarto (p=0.002) e i potenziali tardivi ventricolari (p=0.04) come variabili indipendenti predittive di mortalità cardiaca nel follow-up.

In linea con i risultati derivanti dalla analisi del PILP study sono quelli proposti da Ahern e coll, relativi allo studio dei fattori biocomportamentali nella popolazione arruolata CAPS (123). I risultati hanno mostrato che la depressione e lo stato comportamentale "di tipo B" erano predittori significativi di mortalità o arresto cardiaco alla analisi multivariata dopo aggiustamento per covariate quali il pregresso infarto miocardico, la frazione di eiezione, l’uso di b bloccanti o digitale, la transmuralità dell’infarto condizionante il ricovero e la presenza di tachicardia ventricolare non sostenuta all’ECG dinamico basale (123). Inoltre, lo stato di iporeattività cardiovascolare si associava ad una mortalità od incidenza di arresto cardiaco significativamente elevata (123). Tali risultati sembrano bene inserirsi nella "ipotesi patogenetica unitaria" esposta inizialmente: è infatti stato osservato che i pazienti coronaropatici depressi mostrano una minore variabilità della frequenza cardiaca all’ECG dinamico rispetto ai coronaropatici non depressi (124). Dopo l’infarto del miocardio, la depressione potrebbe quindi essere lo stato psicologico dominante in un paziente nel quale la persistente alterazione emozionale potrebbe diminuire la sua capacità di resistenza agli "stress", rendendolo ad essi vulnerabile, con risposte neuroendocrine e cardiovascolari in grado di precipitare aritmie fatali nel contesto di un coesistente alterato equilibrio simpatovagale.

La nostra esperienza

Recentemente, abbiamo condotto una analisi retrospettiva selezionando 108 pazienti infartuati dal "data-base" del laboratorio di elettrofisiologia, provvisti di valutazione psicologica, al fine di verificare il rapporto tra l’assetto psicologico ed il successivo "outcome" aritmico (125). I risultati mostrano una minor capacità predittiva delle comuni variabili di rischio (frazione di eiezione, variabilità della frequenza cardiaca, potenziali tardivi ventricolari) rispetto alle variabili biocomportamentali. Infatti una variabile psicologica (il timore di essere abbandonato) è stata selezionata dal modello multivariato come la variabile indipendente più strettamente (p=0.0001) relata all’occorrenza di eventi aritmici postinfartuali, unitamente alla tachicardia ventricolare non sostenuta all’ECG dinamico (p=0.01). Inoltre, i pazienti con "timore di essere abbandonato" al di sopra del valore selezionato come espressione di rischio presentavano un profilo clinico-strumentale di maggior rischio aritmico ed una profonda alterazione del substrato psicologico, sia per quanto riguarda le variabili indicative di ansia e reattività che quelle correlate con la depressione.

 

Indice STRATIFICAZIONE RISCHIO ARITMICO DOPO IMA
Indice Manuali di Aritmologia
Indice EINTHOVEN