Flutter Atriale

TERAPIA: PROBLEMI PARTICOLARI ABLAZIONE


La ablazione di un area critica nel circuito del flutter, posta a livello dell’istmo tra vena cava inferiore e tricuspide, è in grado di ottenere la interruzione dei flutter atriali di tipo 1 nel 90% dei casi.

La metodica è ancora gravata da un alto numero di recidive, per altro meglio gestibili farmacologicamente rispetto alla aritmia iniziale.

 

CONTROLLO DELLA RISPOSTA VENTRICOLARE

Una ulteriore possibilità terapeutica è rappresentata dal controllo della frequenza ventricolare, utilizzando farmaci che limitino la conduzione atrioventricolare.

Questa scelta può essere particolarmente indicata in pazienti che, nonostante diversi schemi profilattici, continuino a presentare recidive di flutter e in quelli che, per età o per dimensioni atriali, risultino ad alta probabilità di evoluzione verso un’aritmia emodinamicamente più stabile quale la fibrillazione atriale.

Negli studi cronici presenti in letteratura sono stati analizzati diversi farmaci.

Fra questi schemi può essere privilegiato quello comprendente la digitale che, per le sue proprietà elettrofisiologiche può favorire il passaggio a fibrilllazione atriale

 

IL PROBLEMA DELLA CONDUZIONE AV 1:1

Il flutter atriale è usualmente considerato una aritmia benigna.

In effetti la sua potenziale pericolosità è legata alla rara eventualità di una conduzione AV 1:1, con comparsa di una frequenza ventricolare mal tollerata emodinamicamente.

Episodi di questo tipo sono stati molto raramente documentati in seguito a trattamenti con farmaci IC.

Il rallentamento del ciclo della aritmia, associato ad un miglioramento della conduzione AV, sarebbe alla base di questo fenomeno, considerabile anche come parte dei processi che possono precedere la interruzione della aritmia.

La facilitazione adrenergica ha un ruolo fondamentale in questo fenomeno. Non a caso esso è molto difficilmente documentabile in pazienti mantenuti allettati durante il trattamento farmacologico acuto.

A questo proposito va ricordato un recente studio del gruppo olandese di Vandenburg, nel quale 6 su 15 pazienti con flutter cronico hanno mostrato conduzione AV 1:1 durante esecuzione di test da sforzo.

 

LA SCOAGULAZIONE

Uno studio del 1993, del gruppo di Jordaens, ha mostrato come, in una popolazione di flutter atriali sottoposti a cardioversione, il contributo atriale al riempimento ventricolare sia risultato inizialmente compromesso. Condizione questa a favore di una scoagulazione profilattica quale quella prevista per la fibrillazione atriale.

D’altra parte uno studio del 1990, del gruppo di O’Neill, non ha dimostrato correlazioni tra andamento del flusso transmitralico ed incidenza di fatti embolici.

E ancora, in uno studio del 1992 di Arnold su 454 cardioversioni, non si sono avuti eventi embolici nei pazienti con flutter atriale, indipendentemente dallo stato coagulativo.

Allo stato attuale delle conoscenze non appare quindi possibile esprimere un parere definitivo sulla opportunità di scoagulare i flutter atriali, soprattutto quelle forme croniche che possono transitoriamente passare in fibrillazione atriale.

Un atteggiamento prudenziale può comunque essere quello di scoagulare quei pazienti con flutter atriale che presentino almeno uno dei fattori di rischio tromboembolico, già identificati per la fibrillazione atriale.

 

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Indice EINTHOVEN